Bartocci infatti inizia il suo viaggio all’interno del mondo dell’arte grazie ai graffiti, che pratica fin da giovanissimo dimostrando un talento naturale straordinario, tanto nella elaborazione del lettering, quanto nella tecnica dell’utilizzo dello spray.

Studente d’arte, l’impostazione accademica gli permette di non subire gli stringenti vincoli che rendono il writing una disciplina, oltre che controversa, anche estremamente chiusa ed autoreferenziale. Bartocci sente quindi la necessità di costanti sperimentazioni che lo portano a utilizzare linguaggi diversi, rispetto alle lettere, e supporti e tecniche alternativi a treni, muri e vernici spray, attraverso una ricerca che da vita a lavori in grado di confrontarsi in modo proficuo con gli spazi espositivi.

Tutto questo mantenendosi sempre attivo anche nello spazio pubblico, con sempre più frequenti opere di nuovo muralismo, tanto in occasione di festival internazionali quanto sui muri liberi di Milano.

Intorno al 2010 avviene una importante svolta nella sua carriera, quando dal writing alcuni elementi vengono mutuati per diventare il suo alter-ego, generando un filone completamente nuovo ed indipendente di opere inizialmente figurative e via via sempre più tendenti all’astrattismo, pattern che evocano un primitivismo più volte evocato in progetti precedenti come quello per la Casa dell’Architettura di Roma

Dei characters, che rappresentano il trait d’union con il mondo del writing, restano volti bidimensionali ed alieni, anime di figure liquide composte per stratificazione di livelli di colori.

Questo percorso viene continuamente arricchito grazie alle infinite possibilità che il lavoro di studio garantisce. Disegni, dipinti, collage, mosaici, totem e sculture sono i linguaggi che l’artista via via sperimenta ed affianca alla pittura murale.

Per 206, Giorgio Bartocci propone un progetto complesso che si compone di tre differenti momenti, ognuno rappresentante una fase specifica della sua ricerca. Accanto a quattro grandi tele astratte, un suo marchio di fabbrica, vi sono infatti altre due sezioni più sperimentali.

La prima è il risultato di diverse suggestioni maturate attraverso le esperienze degli anni passati, come le collaborazioni con Postrivoro ed il brand streetwear Southfresh, i tessuti, il textile design e l’abbigliamento, che diventano protagoniste di Low Ridaz, un progetto in collaborazione con Gram Publishing.

Attraverso gli scatti di Pixel T e Tobia de Marco ed un video curato dalla stylist Nala Emm, questa parte della mostra documenta una performance avvenuta per le strade e le stazioni della metropolitana milanese lo scorso inverno.

Il modello Omar Dollar si fonde con la creazione di Bartocci, un abito in pelle che è al contempo costume ed alter ego, un’opera in divenire che si genera attraverso gli ambienti, i colori, i ritmi e gli strumenti propri del writing.

L’artista segue infatti la sua creazione e man mano la modella, in perenne movimento ed immersa negli ambienti sotterranei della metropolitana, dove i colori dell’opera si specchiano in quelli dei treni e delle finiture degli arredi.

La stazione ed il treno come galleria / museo, l’abito come opera, pezzo unico, nella città capitale mondiale della moda, il movimento come parte imprescindibile per dare forma e sostanza all’opera dell’artista, sono alcune delle suggestioni che vengono proposte agli spettatori di “Body muralism”, che rievoca ed interpreta il sodalizio tra arte e moda, già sviluppato nel passato da altri eminenti esponenti del mondo dell’arte contemporanea con un background da writer, da Rammelzee a Ivano Atzori passando per Monsieur Andrè.

Per finire, la terza ed ultima parte della mostra è costituita da una pittura lignea, una installazione che riproduce in tutto e per tutto l’estetica dei dipinti murali, ricreandone le suggestioni e le caratteristiche estetiche attraverso la stratificazione di legni dipinti.

Pietro Rivasi