Sario De Nola desidera che la sua più recente produzione artistica sia tenuta separata e distante dalla sua passata esperienza di artista urbano, che pure non rinnega. Guardando le sue opere, mi rendo conto che questo desiderio di superamento è evidente, già sul piano formale del lavoro. Nelle opere di Sario, qualunque forma, qualunque linea, è con determinazione dissolta; la macchia di colore, irrisolta, può alludere a suggestioni e idee solo attraverso la gamma cromatica. È un lavoro informale, in senso radicale: dalle opere di Sario è escluso qualsiasi possibile suggerimento, riguardo all’intelligenza della forma. In questo proposito, trovo interessante, parlando con lui, scoprire che i primissimi esperimenti di questa nuova serie prevedessero che le attuali formazioni fluide di colore, che dominano per intero le tele, funzionassero da texture per campire forme di cui l’artista tracciava la silohuette. Come per confermare che questo suo stile compositivo non può, da solo, evocare o suggerire alcuna forma di figurazione, anche perché non vuole farlo. Sario si preoccupa di non inquinare la percezione dello spettatore con suggerimenti o titoli; gli preme, soprattutto, offrire un momentaneo strumento d’accesso a uno stato interiore.
Quello che mette in scena o cerca con i quadri della prima maturità è antichità di altra specie, un’altra forma di atavismo, che colga nell’inconscio le radici del primordiale. Lo spettatore coglie la suggestione inconscia, nascosta in ogni singola opera. Allo stesso tempo l’unità della serie, in cui ogni tela si pone in rapporto stretto con le altre, fa parlare l’artista di successive sequenze di un solo grande lavoro: un’opera unica, in più frammenti; capace, nella sua transitoria varietà, di mettere in scena la gamma piena dell’emotività ancestrale.
Eugenio Vendemiale